pierfranco pellizzetti
Nessun commentoCosa possono avere in comune i 2.500 esuberi di Fincantieri, tra Genova e Castellamare di Stabia, con i lettori dell’Economist, la bibbia mondiale del pensiero economico più ortodosso? Semplicemente l’essersi risvegliati dal sonno ipnotico imposto dalla trentennale egemonia del neoliberismo talebano.
I primi, drammaticamente, sulla propria pelle di lavoratori sotto la mannaia della rottamazione umana, gli altri partecipando nella seconda metà dell’anno scorso a un dibattito on line sull’opportunità o meno che lo sviluppo debba essere indirizzato e accompagnato da politiche strategiche di innovazione. Un tempo le si chiamava “politiche industriali”. E ben il 72% dei partecipanti a tale discussione espresse il proprio apprezzamento per impostazioni che accantonino i presunti automatismi di ipotetiche Mani Invisibili benefiche a vantaggio di policies attive di governance.
Non per niente assistiamo da decenni ai cosiddetti “fallimenti del mercato”, conseguenti all’imporsi di un’economia di carta in cui la speculazione la fa da padrona, che hanno aperto gli occhi ai meno fondamentalisti, diffuso disincanto critico. Però i dipendenti di Fincantieri pagano anche un altro terribile fallimento: quello del management.
Infatti da altrettanti decenni si parlava di crisi della cantieristica italiana, sottoposta alla concorrenza dei Paesi del Far East e della loro manodopera sottopagata. Ma che ci stanno a fare manager strapagati se non per affrontare i punti critici e trovare soluzioni in chiave innovativa? Un po’ come fecero i dirigenti dell’industria automobilistica tedesca, riposizionando in alto la gamma dei prodotti e perseguendo criteri costruttivi che valorizzano i punti di forza disponibili; in particolare l’elevata qualità professionale delle maestranze. Per inciso, operazione realizzata triangolando con istituzioni e rappresentanze sindacali le scelte conseguenti. Un tempo si chiamava “concertazione”.
Invece niente, nel nostro caso. Qui si è lasciata marcire la situazione per poi annunciare che era marcita, che si era giunti al punto di non ritorno. Quando le alternative, praticabili se avviate per tempo, non erano più perseguibili.
Difatti l’unica scelta possibile, azzerate tutte le altre, diventava scaricare i costi sul soggetto più indifeso: il lavoro. Mentre le risposte della politica sono le solite pezze a freddo e i tamponi: difesa statica dell’esistente, senza un barlume di economicità che ne assicuri il perdurare nel tempo.
È chiaro come in questa fase storica incombano radicali trasformazione economiche che impongono drastici cambiamenti. Ma è ragionevole delegare l’opera titanica al soggetto per propria natura più restio a cambiare? Ossia quel management abituato a ragionare come se le dinamiche seguissero processi lineari e non procedessero per svolte e contorsioni. Quel conservatorismo refrattario all’innovazione che è uno dei principali ostacoli alla reattività d’impresa e alla circolazione di nuove idee; particolarmente radicato nella mentalità del ceto manageriale nostrano, presidiatore testardo dell’esistente e delle sue uova di pietra.
Forse andrebbe recepito l’esempio dalle aree del continente che meglio reggono alla sfida dei tempi: il ritorno alla progettualità.
Lo fanno le città europee più propulsive attraverso piani strategici di sviluppo territoriale, lo fanno gli Stati che individuano i settori su cui puntare nel fertile dialogo collaborativo con tutti gli attori disponibili, pubblici o privati che siano, stimolando adeguamenti strutturali.
Comune operazione che inventa futuro mixando l’approccio orizzontale (mirato all’efficienza abbattendo bardature burocratiche) con uno verticale che sceglie i possibili punti di sviluppo su cui puntare. Tra l’altro, un approccio che ottimizza le risorse disponibili ed elimina sprechi.
Nell’Italia che ha ancora carte da giocare ma una situazione di cassa deficitaria, quella della ritrovata politica industriale potrebbe risultare persino una via a costo zero.
{ Pubblicato il: 23.06.2011 }














«Passans, cette terre est libre» - Abbiamo scelto come logo la fotografia d'un autentico "Albero della Libertà" ancora vivente. È un olmo che fu piantato nel 1799 dai rivoluzionari della Repubblica Partenopea, Luigi Rossi e Gregorio Mattei, a Montepaone Superiore, paese dello Jonio catanzarese. La scritta 'passans ecc.' era qualche volta posta sotto gli "Alberi della Libertà" in Francia.



