Fondazione Critica Liberale   'Passans, cette terre est libre' - Abbiamo scelto come logo la fotografia d'un autentico 'Albero della Libertà ancora vivente. È un olmo che fu piantato nel 1799 dai rivoluzionari della Repubblica Partenopea, Luigi Rossi e Gregorio Mattei, a Montepaone Superiore, paese dello Jonio catanzarese. La scritta &lequo;passans ecc.» era qualche volta posta sotto gli 'Alberi della Libertà' in Francia.
 
Direttore: Enzo Marzo

Dal 1969 la voce del pensiero laico e liberale italiano e della tradizione politica che difende e afferma le libertà, l'equità, i diritti, il conflitto.

"Critica liberale" segue il filo rosso che tiene assieme protagonisti come Giovanni Amendola e Benedetto Croce, Gobetti e i fratelli Rosselli, Salvemini ed Ernesto Rossi, Einaudi e il "Mondo" di Pannunzio, gli "azionisti" e Bobbio.

volume XXIII n.229 autunno, luglio-settembre 2016

.... NO, NO E POI NO

INDICE

no, no e poi no
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131. comitato dei liberali per il no - liberali per il no alla “deforma” costituzionale
132. un coordinamento tra i liberali, repubblicani e socialisti per il NO
133. contro la truffa del quesito referendario - 7 domande e 7 risposte per spiegare le ragioni del no
135. livio ghersi, cosa obiettiamo agli argomenti del sì
144. enzo marzo, non facciamoci del male
145. pierfranco pellizzetti, tra pangloss e ponzio pilato, intellettuali al potere
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l'altra sinistra
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147. paolo bagnoli, i veri conti con il passato
149. giancarlo tartaglia, democrazia e socialismo
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quaderno gobettiano
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154. pietro polito, apologia (inattuale) del movimento operaio
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heri dicebamus
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157. guido calogero - mario pannunzio, caro mario, caro guido
158. benedetto croce, contro la mentalità massonica
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GLI STATI UNITI D'EUROPA
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1. riccardo mastrorillo, partire dal basso, e veramente
2. milena mosci, una secessione europea
3. dichiarazione roma 2017, riprendiamoci l’europa
5. pier virgilio dastoli, europa. ricominciamo da spinelli
7. gianmarco pondrano altavilla, l’isola che non c’è
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l'osservatore laico
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170. lorenzo echeoni, «perché da cattolico, voglio l’ora di religione (ma non il catechismo)»
172. giovanni gaetani, ateo, laico e liberale
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lo spaccio delle idee
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175. walter lapini, l’autunno caldissimo della maturità
177. mario gregori, l’impresa a irresponsabilità illimitata
183. paolo fai, lumpen italia
185. pierfranco pellizzetti, ansietà e futuro tra moderno e post-moderno
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spilli
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143-148-169-174-190. enzo marzo
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IL PROSSIMO NUMERO, INVERNO 2016, USCIRA' ALLA FINE DI DICEMBRE E CONTERRA' SIA LA RICERCA SULLA SECOLARIZZAZIONE SIA IL RAPPORTO SULLE CONFESSIONI RELIGIOSE E LA TV ITALIANA
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A ROMA IL FASCICOLO PUO' ESSERE ACQUISTATO ANCHE PRESSO L'EDICOLA DEI GIORNALI IN PIAZZA DEL PARLAMENTO.
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Il numero di “Critica liberale” può essere acquistato nelle seguenti librerie:
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EP, v.le marazza, 10  galleria principe
VERBANIA
MARGAROLI, corso mameli, 55
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INTERNET, via verdi, 8
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CENTRO, via di vittorio, 7/c
CENTRO, via galvani, 6 c/d (SAN ZENO)
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EMME ELLE, via marsala, 2
FELTRINELLI, corso buenos aires, 33/35
FELTRINELLI, via u. foscolo, 1/3
FELTRINELLI, via manzoni, 12
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FELTRINELLI, via dei mille, 12/abc
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FELTRINELLI, via diaz, 4-6-8
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EDICOLA GIORNALI, piazza del parlamento
FELTRINELLI, largo torre argentina, 5
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Mauro Barberis, Piero Bellini, Daniele Garrone, Sergio Lariccia, Pietro Rescigno, Stefano Rodotà, Gennaro Sasso, Carlo Augusto Viano, Gustavo Zagrebelsky.

* Hanno fatto parte del Comitato di Presidenza Onoraria: Norberto Bobbio (Presidente), Vittorio Foa, Alessandro Galante Garrone, Giancarlo Lunati, Italo Mereu, Federico Orlando, Claudio Pavone, Alessandro Pizzorusso, Paolo Sylos Labini. Ne ha fatto parte anche Alessandro Roncaglia, dal 9/2014 al 12/2016.

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Ungheria, Europa, 2013

federico sollazzo

7 commenti
ornab, primo ministro ungherese
L'8 aprile 2013 il nostro sito pubblicò questo articolo di Federico Sollazzo.  Il nostro collaboratore in seguito ha ricevuto delle minacce via Facebook da utenti ungheresi e italo ungheresi. Qualche giorno fa Federico Sollazzo ha rimesso in circolo sui social network il suo articolo e ha ricevuto ancora minacce pubbliche. Tutto ciò è assolutamente inaccettabile. Al nostro autore va naturalmente tutta la nostra solidarietà. Ma ciò non basta. Denunceremo in ogni sede questa violenza verbale. L'Ungheria è un paese che amiamo, ma che come l'Italia è caduta in mani illiberali. La libertà di espressione e di parola sono a fondamento della civiltà europea ed è intollerabile che nella comunità europea si accetti la presenza di un paese autoritario che viola costantemente quei principi. I violenti che rispondono alle critiche con le minacce sono degni del regime di Orban ma recano gravi danni al loro paese. [e.m.]
In Ungheria, Paese in cui vivo da tre anni insegnando presso l’Università di Szeged, proprio in questi giorni il Parlamento, guidato per due terzi dall’attuale partito di Governo Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán, ha approvato una riforma costituzionale che segna, di fatto, un golpe bianco.
Si palesano così tutti i limiti di una democrazia ridotta a mero meccanismo, che nel rispetto formale di tale meccanismo procedurale può svuotare dall’interno i valori che si condensarono in quello stesso meccanismo contingente, e che però, contrariamente a quanto spesso si professa, non devono essere fatti coincidere con quel meccanismo.
Paradossalmente, questa situazione illiberale è causata proprio da chi, Viktor Orbán, ha basato tutta la sua ascesa politica sulla critica all’illiberalità dell’ex regime e sull’apertura alle libertà occidentali (dopo che in gioventù, ai tempi del regime, fu dirigente di KISZ, l’associazione dei giovani comunisti, assieme ad alcuni suoi attuali collaboratori di Governo, lasciandola poco prima del cambio di regime) proprio quelle che ora sta cancellando. In questa sede non voglio soffermarmi sulle modiche in sé, dato che sono state già dettagliatamente riportate da molti media italiani e internazionali, ma cercare di fornire un piccolo affresco dell’atmosfera che si respira al momento in Ungheria e fare alcune considerazioni sul ruolo politico che potrebbe avere la UE e sul valore del cosmopolitismo. Tuttavia, per avviare il discorso, è certamente opportuno partire da alcune delle principali “riforme” appena approvate.
Viene, di fatto, ripristinata la censura. La libertà d’espressione potrà infatti essere limitata per tutelare “la dignità della Nazione, dello Stato e della persona” e per evitare i “discorsi di odio”. Ma prima che questa formulazione finisse nella Carta fondamentale, non si poteva certo calunniare, diffamare, incitare all’odio e alla violenza, questi comportamenti erano sanzionati come in tutti i moderni stati di diritto, quindi perché introdurre questa formulazione, estremamente vaga, nella Costituzione, se non per censurare chiunque avanzi delle critiche politiche, con la scusa che offenderebbero la dignità di chi le riceve? Il ricordo corre a quel Berlusconi che diceva che criticare la (sua) politica equivaleva a fare un danno all’Italia e alle troppe morti oscure di giornalisti russi che si sono permessi di criticare Putin.
La Corte costituzionale viene privata di qualsiasi potere sostanziale. Essa non potrà più sollevare obiezioni di sostanza ma solo di forma su emendamenti alla Costituzione. Inoltre, decadono le decisioni prese dalla Corte precedentemente al Gennaio 2012, guarda caso, rientrano in quel periodo le ricusazioni che la Corte fece su leggi liberticide volute da Orbán su stampa, giustizia, istruzione.
Non tutte le religioni saranno considerate a pari dignità. E’ stata stilata una sorta di lista delle religioni degne di essere riconosciute dallo Stato e quindi praticate con tutta una serie di agevolazioni, fra cui spicca, come in tutti i neofascismi che si rispettino, quella cattolica; che qui si fonde al permanere di tradizioni pagane dando vita ad un qualcosa di assolutamente comico. Stendiamo poi un velo pietoso sulla sorte della laicità.
Non tutte le persone saranno considerate a pari dignità. Lo Stato definisce come famiglia soltanto l’unione ufficializzata in matrimonio di un uomo e una donna con l’intenzione di avere prole. Nessun altro tipo di unione, i single poi neanche a parlarne, avrà la stessa dignità della famiglia definita come sopra. Personalmente, ancora non mi è chiaro cosa succede se gli sposi uniti in nozze ufficiali dichiarando di avere l’intenzione di avere figli, poi, per qualsiasi motivo, non ne hanno: decade lo status di famiglia? C’è una deadline entro la quale la sposa deve consegnare un figlio allo Stato?
Criminalizzazioni politiche. Il vecchio partito comunista, attualmente affiliato al partito socialista europeo, è ora definito come “associazione criminale”, sono quindi di fatto possibili processi politici.
Oltre a queste misure, che sono quelle principali, già riportate da molta stampa internazionale, c’è poi tutta una serie di sottomisure, non meno tragiche. Ad esempio, il controllo dell’attività delle scuole è passato a un ente statale di recente creazione (chiamato Centro Klebelsberg, in onore di Kuno Klebelsberg, intellettuale ungherese e Ministro dell’Istruzione a cavallo fra Otto e Novecento, anche se la nipote si è affrettata a dire che disapprova l’uso del nome per questo tipo di Centro), che si è presentato con questo biglietto da visita: ha sottratto computers e mobilia alle scuole portandoli nelle proprie sedi; ha tagliato i fondi alle scuole al punto che non è stato più possibile acquistare neanche del semplice gesso, problema al quale il Sottosegretario all’Istruzione, Rózsa Hoffmann, ha detto che devono far fronte gli insegnanti, acquistandolo di tasca propria (come purtroppo infatti sta avvenendo) poiché per loro insegnare è una missione (al che è lecito aspettarsi che il materiale da cancelleria nel suo ufficio di Sottosegretario lo porti lei stessa), mi ricorda una che disse “se non hanno pane, che mangino brioches”; ha ritardato di tre mesi il pagamento dello stipendio agli insegnanti precari. Inoltre, gli studenti universitari che beneficiano di una Borsa di studio statale, nei dieci anni successivi alla Laurea sono obbligati a lavorare in patria almeno lo stesso numero di anni per i quali beneficiarono della Borsa; oltre ad essere una limitazione della mobilità internazionale, è un’assurdità sia pratica che concettuale: praticamente, perché al momento in Ungheria di lavoro ce n’è poco, non bello e mal pagato, quindi se a un brillante neolaureato arrivasse una bella offerta dall’estero sarebbe costretto a rinunciare per restare in patria a fare chissà che, uno spreco di risorse sia per lui, che per l’Ungheria (che potrebbe almeno beneficiare del ritorno d’immagine dato dall’esportazione dei propri talenti) che per la società tutta (dato che chi potrebbe andare, ad esempio, a fare ricerca in qualche alto istituto si ritrova invece, nel migliore dei casi, a guidare il tram), per non parlare delle difficoltà di chi dopo la Laurea volesse proseguire gli Studi con un Dottorato all’estero; concettualmente, perché stare in un certo territorio dovrebbe essere un desiderio e un privilegio e non una condanna, lo Stato dovrebbe quindi lavorare per invogliare le persone a rimanere, e magari a immigrare, creando delle soddisfacenti condizioni di vita e non per ingabbiarle, per altro in una gabbia assai scarna. Ed ancora, le previsioni del tempo saranno statalizzate: solo il centro meteorologico dello Stato potrà diramare le previsioni del tempo complete, altri centri potranno diramarle solo parzialmente e solo dopo essere state approvati dal centro statale; confesso che il senso di questa misura mi sfugge: forse così potranno dire che piove quando c’è una manifestazione dell’opposizione e che c’è il sole a mezzanotte quando c’è una manifestazione del Governo. Ed è anche vietato essere un senzatetto: chi vive negli spazi pubblici deve essere multato o, poiché di norma è un nullatenente, arrestato (così almeno per qualche tempo avrà un tetto e un pasto).
L’aria che respira è pesante. In molti si trattengono dall’esprimere la propria contrarietà in pubblico: ci sono già stati casi di licenziamenti strani e poco tempo fa al preside di una scuola della Contea di Békés che era andato ad ascoltare un comizio di Együtt 2014 (Insieme 2014), il partito di Gordon Bajnai, principale avversario di Orbán per le Politiche della prossima primavera, è arrivata una telefonata proprio dal Centro Klebelsberg che lo invitava a non partecipare più a simili iniziative, e non ha poi ricevuto un premio scolastico per la sua attività di preside per il quale era il principale candidato. Le giovani generazioni, che costituiscono la principale forza sociale di opposizione, possono poco di fronte ad un Governo che controlla sempre più i gangli della società (paradossalmente, Fidesz significa unione dei giovani democratici mentre loro non sono né gli uni né gli altri, e davanti al Parlamento ci sono gli studenti che chiedono democrazia). E intanto cresce l’estrema destra (Jobbik) che in questo clima sente di avere le spalle coperte e si permette cose come quella recentemente avvenuta all’Università ELTE di Budapest dove hanno affisso la scritta “fuori gli ebrei dalla nostra università”; si riferivano, fra gli altri, ad Ágnes Heller.
Personalmente ritengo che in questo scenario risulti particolarmente assordante il silenzio di Bergoglio neoeletto papa Francesco, che sta basando la sua immagine proprio sulla prossimità a chi si trova in situazioni di maggiore difficoltà. Viene da chiedersi se fosse restato in silenzio anche nel caso in cui anziché trovarci di fronte ad un regime neofascista che, in quanto tale, esalta il cattolicesimo, ci fossimo trovati di fronte ad un regime neocomunista.
Ora, a volte (troppo spesso purtroppo) si sente dire che in realtà Orbán starebbe difendendo il suo Paese dalla speculazione globale neoliberista di cui l’Unione Europea sarebbe vettore. Niente di più sbagliato, sia nel caso specifico, che in generale.
Nel caso specifico, perché è evidente che le misure prese non vanno in direzione della tutela del Paese ma, per via neofascista, in quella della tutela degli interessi specifici dell’attuale classe al potere che vorrebbe trasformare il territorio e i suoi abitanti in un suo feudo.
In generale, perché il fatto che questa globalizzazione e le istituzioni che la presiedono lasci molto a desiderare non significa affatto che la soluzione sia da ricercarsi in una dinamica di ri-territorializzazione (da contrapporsi ad una di de-territorializzazione), di esaltazione delle e bunkerizzazione nelle piccole patrie, delle e nelle comunità/identità immaginarie, del e nel nomos della terra. «Il fenomeno al quale dobbiamo rivolgerci potrebbe essere, allora, più congruamente definito nei termini di una produzione globale di località: è il fenomeno delle comunità immaginate, che vengono a configurarsi come tante nazioni di eccentrici», G. Marramao, Passato e futuro dei Diritti Umani. Al contrario, se questo para-cosmopolitismo è insoddisfacente, vanno cercate nuove vie al cosmopolitismo, che lo rendano autentico e soddisfacente, dato che solo là dove c’è “meticciato”, c’è ricchezza, c’è vita. E una simile operazione può essere compiuta solo abbandonando i miti dell’universalismo e del particolarismo, superandoli in una prospettiva altra: «se vogliamo scongiurare lo sfruttamento meramente commerciale della diversità ed evitare lo scontro fra culture che si verifica quando la diversità alimenta paura e rifiuto, dobbiamo attribuire un valore positivo a (…) contaminazioni e a (…) incontri, che aiutano ciascuno di noi ad allargare la propria esperienza, rendendo così più creativa la nostra cultura», A. Touraine, Libertà, uguaglianza, diversità; «il cosmopolitismo, inteso realisticamente, significa (…) accettare gli altri come diversi e uguali. In questo modo viene nello stesso tempo svelata la falsità dell’alternativa tra diversità gerarchica e uguaglianza universale. Così, infatti, vengono superate due posizioni, il razzismo e l’universalismo apodittico», U. Beck, Lo sguardo cosmopolita; «la civiltà mondiale non può essere altro che coalizione, su scala mondiale, di culture ognuna delle quali preservi la propria originalità [poiché] le differenze non si identificano mai con l’essere, ma sempre lo differenziano. E soltanto perché lo differenziano producono il fenomeno del divenire, della vita», C. Lévi–Strauss, Razza e Storia e altri studi di antropologia; «solo per questa via, solo affermando questo passaggio, possiamo far esplodere il dispositivo della metafisica, che poi fa tutt’uno con il dispositivo del potere: l’idea dell’Uno come unità delle differenze», G. Marramao, Passaggio a Occidente (ho approfondito questi temi negli articoli Pluralismo delle culture e “univocità” dell’etica, in «L’accento di Socrate» e Antropologia e politica. Forme di convivenza, in «Lessico di Etica Pubblica»).
Concludendo, in questa situazione si presenta alla UE (nella quale molti cittadini ungheresi ripongono le loro speranze) l’occasione di dimostrare di essere più che una mera istituzione fiscale, di essere capace di contrastare efficacemente qualsiasi rigurgito dittatoriale. Ci sarebbe così almeno una funzione (essenziale) per la quale varrebbe la pena pagare e la UE potrebbe così rinvigorire la sua legittimità (al momento sempre più in discussione).


{ Pubblicato il: 08.04.2013 }




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Argomenti correlati: ungheria, orban, golpe, democrazia, sue - 7 commenti


Commento inserito da Cesare Prevedini il 18.04.2013:
Come è possibile accettare che questo Governo sia parte dell'UE ? L' Ungheria andrebbe espulsa
Commento inserito da Francesco Pigozzo il 18.04.2013:
Utile, interessante e condivisibile articolo su quello che sta succedendo in Ungheria. L'analisi è conclusa da considerazioni molto condivisibili sul cosmopolitismo, ma limitate al piano "ideologico-culturale" - intendo dire all'atteggiamento conoscitivo ed etico implicato da un sano cosmopolitismo. Il punto è tuttavia che in questa fase è il piano "politico-istituzionale" a fare da ostacolo: è il non superamento delle istituzioni della "autodeterminazione assoluta" dei popoli (che si vuole legittimamente indifferente alle conseguenze delle proprie scelte nei confronti del resto degli esseri umani) a rendere strutturalmente insufficiente la pratica e la convinzione genuinamente cosmopolite (mi piacerebbe di più definirle di "pluralismo" identitario, perché il cosmopolitismo sottolinea pur sempre una delle dimensioni identitarie). In concreto cosa voglio dire: che l'UE attuale non basta a rispondere al ritorno dei populismi nazionalisti, perché è nella sua struttura politico-istituzionale che li fa ancora covare. Non abbiamo la democrazia multilivello che includa il livello continentale, non ci vengono chiesti atti di cittadinanza politica europea che ci facciano sentire direttamente europei (e non europei in quanto italiani,tedeschi, ungheresi etc.). Ciò si riverbera anche sul piano "economico-sociale": le conseguenze della crisi (che è politico istituzionale per le ragioni su esposte) si sviluppano innanzitutto sul piano economico a causa di fattori di contesto globale che non dipendono da noi (crisi egemonica USA, incluso il ruolo del dollaro) e di fattori che dipendono da noi (moneta unica senza fiscalità europea, politica economica europea - non coordinata! - etc.).
Commento inserito da Federico Sollazzo il 23.04.2013:
Gentile Prevedini, non credo sia quella la strada giusta, spero che la situazione si risolva per altre vie. Gentile Pigozzo, pur condividendo in generale quello che dice, nell'articolo ho volutamente lasciato in secondo piano il livello strettamente politico perché sono convinto che a quel livello si possa operare proficuamente solo se preliminarmente si costruisce un humus concettuale condiviso sul quale poggiare le azioni politiche. E a questo proposito la parola cosmopolitismo, intesa illuministicamente, mi piace molto per la dimensione, appunto, illuministica che apre (che poi va evidentemente calibrata sui tempi correnti) e che oggi abbiamo invece travisato. Infatti, senza quel lavoro di preliminare fondazione concettuale, anche le più nobili azioni politiche sono esposte al rischio (o forse la certezza) di non essere comprese, o peggio, fraintese, strumentalizzate, alla mercé del populista di turno che le spaccia per abusi, anziché per opportunità.
Commento inserito da Federico Sollazzo il 09.05.2013:
Mi permetto di segnalare la seguente intervista che si collega al presente articolo: http://blog.libero.it/VignolaVota2009/12080239.html
Commento inserito da Meta Tabon il 26.05.2013:
Non c’è un rischio fascista in Ungheria ma un “pericolo disinformazione” in Italia. v.: http://www.osservatorioletterario.net/lettera_aperta2013.pdf http://www.caravella.eu/index.php/2013/05/02/un-rischio-fascista-in-ungheria/
Commento inserito da Alessandro Bertirotti il 22.07.2013:
L'analisi di Federico Sollazzo contiene molti significati antropologici di indubbia importanza, al di là di qualsiasi personale convinzione politica, che dovrebbe comunque essere il proseguio di considerazioni civili, ancora prima che politiche, appunto. La gravità della situazione, molto vicina ad altri paesi del mondo, é l'ingresso nella dinamica sociale della "violenza" al posto del "conflitto". Ci insegna Hegel che con nel conflitto si raggiunge prima o poi la mediazione, che viene invece abbandonata nella relazione violenta, basata esclusivamente nella determinazione del dominio contro il sottomesso. Ecco ciò che io, dal punto di vista antropologico-mentale ravviso nelle parole di Sollazzo, invitando tutti noi a riflettere su questi atteggiamenti umani che sembrano caratterizzare sempre dei più la nostra mondializzazione.
Commento inserito da Andrea Carteny il 09.09.2013:
Purtroppo, pur apprezzando l'impegno dell'autore, l'articolo e' pieno di luoghi comuni e di imprecisioni. Peccato...